FREGONA

Historical sociological card

Fin dall’età del ferro il territorio di Fregona, nell’alta marca trevigiana, nell’angolo orientale dell’arco pedemontano che va dal Piave alle sorgenti del Livenza, ai piedi del Cansiglio, ha sostenuto le popolazioni locali fornendo cibo, materie prime, legna e molto altro, in una parola: “ricchezza”.

È vero, non era “ricchezza” a buon mercato; il prezzo da pagare era un duro lavoro e grandi fatiche il cui risultato era spesso una misera manciata di cibo e beni appena sufficienti per una magra sopravvivenza, perseguendo un sempre precario equilibrio fra esigenze umane e le pretese di una terra avara.

Sarebbe comunque riduttivo pensare che la semplicità delle lavorazioni contadine o boschive trascendesse da una visione più ampia: “superiore”. Anche a queste latitudini l’uomo ha sempre cercato di coniugare il lavoro con l’esigenza di ordine, armonia e bellezza esercitando una costante azione di modellamento degli spazi naturali per strapparli al selvatico e piegarli a un ordine appagante non solo sul piano utilitaristico ma anche su quello estetico. In particolare, dalla fine del plurisecolare dominio della famiglia Da Camino (1347) l’influenza della Serenissima Repubblica di Venezia ha istituzionalizzato questo processo tutelando il bosco del Cansiglio. Da allora divenne il “Bosco da Reme”, un patrimonio prezioso affidato a un Magistrato “Sopra legne e boschi” il quale ha lasciato tracce evidenti fino ai nostri giorni anche attraverso un complesso sistema di confinazioni, recentemente ritrovate e catalogate.

Questa diuturna lotta con la natura ha stimolato l’ingegno e l’intraprendenza dell’uomo ad elaborare processi produttivi sempre più complessi, muovendolo ad elaborare modelli di comportamento sempre rinnovati, per tentare di ridurre la fatica spingendosi ad inventare nuovi strumenti di lavoro. In sintesi a sviluppare una Cultura che si fondava sull’uso intelligente delle risorse. “Suol l’utile a l’industria esser conforme” recita un detto medievale. E i nostri predecessori non si sottrassero a questa regola. È stato un processo altalenante, lento ma inarrestabile che raggiunse un ragionevole equilibrio nell’interazione fra uomo e ambiente.

Duole constatare che l’interazione osmotica che da tempi immemori sottendeva armonicamente al rapporto uomo-terra è oggi quasi totalmente dimenticata, per non dire cancellata. Ma la terra continua ad essere lì, maternamente aperta ad accogliere le nostre istanze e generosamente pronta a continuare a nutrirci e non solo di cibo; sempre che vogliamo adattarci a rivolgerglisi umilmente per riscoprirla e per fruirne in modi nuovi ed innovativi.

In questo tempo in cui l’attività umana dimentica la propria storia e distorce il rapporto con il paesaggio, snaturandolo, a volte distruggendolo, l’azienda “Il bosco dell’Arte” si assume il compito di dare nuovo valore allo spazio naturale attraverso un Parco Didattico Naturalistico Integrato con sculture ed installazioni di artisti contemporanei per far si che entrambe, Natura e Arte, si fecondino a vicenda. Il parco, è situano in località “Val de Ròn“ e comprende uno spazio coperto, ricavato da un vecchio edificio ex agricolo trasformato per accogliere atelier artistici, laboratori didattici, spazi espositivi e di ristoro. C’è inoltre nel parco un’ampia parte scoperta, percorribile con una viabilità pedonale che si sviluppa attraverso un bosco di faggi lambito da un ruscello; in questo ambito l’arte e la creatività di scultori ed artisti trova spazio fertile; c’è inoltre un anfiteatro naturale atto a spettacoli e manifestazioni, oltre ad un circuito naturalistico che attraversa rari ambienti anfibi e palustri, nicchie ecologiche che accolgono una flora e una microfauna variegata. Il parco contiene i servizi complementari per l’accoglienza di visitatori e studiosi: parcheggi, centro informativo e punti di ristoro.

La prima menzione documentata di un luogo chiamato “Val de Ròn“ la si trova in un documento datato 1547, ora conservato all’Archivio di Stato di Venezia. Il toponimo deriva da “Valle in Rònco”, con il significato di “terreno disboscato”.

L’avvicendarsi, durante i secoli, di boschi e di prati ha accompagnato il destino dei nostri territori in un’alternanza governata dall’andamento delle contingenze economiche. Nei momenti di benessere i terreni marginali erano abbandonati al disuso che li trasformava in boschi, per poi essere nuovamente ripuliti e coltivati non appena cambiava il vento del benessere. Non sappiamo quante volte questo avvicendamento si sia ripetuto ne quando sia cominciato. Sappiamo però che ogni volta che una generazione attuava un cambiamento lo faceva con spirito e mezzi rinnovati, con nuove idee e conoscenze, a seconda del progresso del tempo.

Anche oggi non sfuggiamo a questa regola. Finiti gli anni grassi di fine secolo è giocoforza invertire la rotta e tornare all’utilizzo di tutte le risorse disponibili.

Ancora una volta ci accingiamo al cambiamento con l’illusione di dare una soluzione definitiva. Un’illusione fatua che ha comunque il merito di darci la carica per aggredire il sogno del benessere totale, sempre a portata di mano, convinti che stavolta la raggiungeremo.

Da sempre l’uomo trae nutrimento dalla natura che lo circonda. È proprio soffermandoci ad osservare la maestosità degli alberi del nostro bosco che ci è venuto da pensare a come tanta bellezza sia possibile soprattutto grazie a ciò che non si vede: alle radici, che diamo sempre per scontate e di cui ci curiamo poco.

Non sono solo gli alberi ad avere radici; la nostra intera esistenza è sostenuta da radici. Dalle radici della storia, dell’esperienza, della memoria; da tutto ciò che ci sta alle spalle insomma e che, essendo “passato” appare ininfluente rispetto al nostro presente e soprattutto al nostro futuro.

Invecchiando scopriamo ogni giorno, banalmente, che non è così. La più solida risorsa che abbiamo è il passato che ci sta alle spalle; un tempo gravido di esperienze, di fallimenti e di successi, nostri e di chi ci ha preceduto. Si, il passato è il materiale sui cui costruire il nostro domani.

Innumerevoli vite, vissute negli stessi luoghi che ci ospitano e che lasceremo in eredità ai nostri figli, non sono trascorse inutilmente. Vite intrise di emozioni, dolori e gioie, del tutto simili a quelle che viviamo noi, gravide di conoscenze e tradizioni che non attendono altro che essere scoperte. Tutti, anche i più poveri di spirito hanno contribuito al nostro presente.

Ci sembra ingeneroso dimenticare la Cultura che ci hanno trasmesso; per non dire della stupidità di volerci ostinare a reinventare costantemente cose già inventare, a cercare soluzioni già trovate. Tutte queste considerazioni, e molte altre, ci hanno spinto a intraprendere quest’esperienza di “archeologia della memoria”, sulle tracce dei “disboscatori” del ‘500, per solleticare lo spirito di condivisione di chi, a volte inconsapevolmente, è depositario, e praticamente tutti lo siamo, di una storia di vita, di un frammento di memoria.

Scavare dentro ognuno di noi per trovare saperi da condividere con l’obiettivo di regalare, soprattutto ai giovani, materiale collaudato per edificare ognuno un proprio futuro.

È un obiettivo ambizioso e certamente fuori della nostra portata ma che tentiamo ugualmente, spinti da quella caratteristica che da sempre ci è stata riconosciuta e che solo recentemente un caro amico ha saputo rubricare alla voce “Incoscienza”. Non è necessario capire tutto, sapere tutto, per intraprendere una strada, basta un poco di coraggio.

Quelle che oggi sono strade comode e asfaltate erano un tempo sentieri angusti, successivamente allargati per divenire mulattiere, infine strade. Sono percorsi tracciati da qualcuno che, pur nella consapevolezza di poter sbagliare, ha deciso di sperimentare l’ignoto. Infatti alcuni sentieri sono ora dimenticati, persi nell’oblio del tempo, altri invece sono divenuti importanti strade di collegamento fra mondi differenti.

Abbiamo intrapreso questo progetto con questo spirito: tracciare un segno; all’inizio un segno incerto e perfettibile, che qualcuno vorrà e saprà correggere, nella speranza che la reiterata percorrenza lo trasformi in una strada maestra.

Il nostro augurio è che qualcuno possa avere il coraggio di camminare su questa traccia con la pazienza di accogliere tutti coloro che ne condividono la direzione.

L’utopia che perseguiamo attraverso il parco “Il Bosco dell’Arte” è quella di guidare le nuove generazioni ad una sorta di agnizióne, un riconoscimento improvviso, che stimoli la riscoperta di un vissuto profondo, assimilato attraverso il vivere quotidianamente il territorio e il contatto con i superstiti delle antiche tradizioni, a ritrovare le tracce di quelle spinte creative di cui sopra.

Si pone quindi a noi, moderni fruitori di questi territori, il problema di codificare e definire una nuova relazione con l’ambiente naturale che risponda adeguatamente alle mutate esigenze del nostro tempo.

È indispensabile, in primis sul piano etico e morale, porre rimedio all’arrogante presunzione di poter impunemente abbandonare la terra senza pensare di dover pagare l’alto prezzo che ne deriva. Non possiamo fingere a lungo di non vedere il degrado idrogeologico che inesorabilmente erode e sgretola la terra che calpestiamo, franando a valle strade e abitazioni, costringendoci a faraonici lavori di contenimento e ripristino, ex post, di cui i nostri vecchi non immaginavano neppure l’ipotesi di una necessità, sempre pronti com’erano alla cura quotidiana e minuta della terra, tracciando gavìn (canali di scolo), contenendo ruscelli, piantumando declivi.

Emerge dunque la necessità di definire chiaramente fino a che punto la conservazione delle tradizioni possa o debba prevalere sulle supposte necessità contemporanee.

Finché si continuerà a credere che le iterazioni descritte siano solo un passato da tutelare, riscoprire e conservare, il nostro lavoro avrà vita breve.

Il termine tradizione (dal lat. traditio-onis, “consegna, trasmissione”) nell’accezione che vogliamo intendere, esprime il suo significato principale in “trasmissione nel tempo di modelli di comportamento e norme di vita”. Ciò che si deve custodire e trasmettere sono i modelli e le norme, in sostanza la lezione del passato, non tanto le azioni compiute. In realtà quelle che solitamente definiamo “attività tradizionali”, lungi dall’essere meccanicamente trasmesse da una generazione all’altra, appaiono spesso come il frutto di una selezione, a posteriori, del passato e sono oggetto di continue trasformazioni se non addirittura il prodotto di vere e proprie ‘invenzioni’.

Illuminante per la comprensione del nodo del problema è quanto disse Gustav Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.

Resta a questo punto aperta la questione più complessa, quella di individuare quale sia il fuoco e quali siano le ceneri.

Dare risposta a questo quesito è l’elemento propulsivo da cui scaturisce l’idea del Parco Didattico Tematico “Il Bosco dell’Arte”. Prima di essere un luogo fisico il Parco è una ”imago” nel suo significato antico (immagine, spirito, concetto, visione, sogno, apparenza, ricordo, riflesso, paragone, allegoria, allucinazione); un’astrazione insomma, intorno cui elaborare e costruire ipotesi e linee guida per ridisegnare l’approccio dell’Uomo con la Natura, la Tradizione, l’Arte.

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